Natura contro cultura
- MARCO PEDULLA
- 19 feb 2019
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 21 apr 2019

La vita dell’uomo segue le sorti del lavoro di un contadino. Questi semina e miete. Gli individui rispondono delle proprie azioni con lo stesso meccanismo. Quelle sementi mal selezionate, raccoglieranno una messe scadente. Se ne accorgeranno quando ritorneranno come mietitori. L’uomo vorrebbe possedere facoltà mentali più elevate di quelle che possiede, ma per farlo dovrebbe svilupparle acquisendo una volontà che non conosce. La Natura rappresenta l’elemento cardine affinché questo possa realizzarsi. Ma l’uomo non lo sa e la ignora. Non dialoga con l’ambiente, ha smesso di evocare la sua vibrazione, la sensazione di una voce, per poterla ascoltare e crescere in una meditazione dove tutto è un circolo vizioso. Avrebbe bisogno di preservare l’armonia della natura divina per inseguire i suoi desideri e per realizzarli. Questo compito sembrerebbe apparentemente semplice da seguire, ma al contrario diventa quasi impossibile. Distrugge con il suo agire sbagliato gli ecosistemi del pianeta. Incapace di vivere in simbiosi con la biosfera rinuncia a percorrere lo stadio della consapevolezza, quel cammino che porta all’illuminazione di coscienza e di conoscenza delle cose. L’umanità deve imparare a sterilizzare il seme del male, così da prevenire ogni futura messe di sofferenza. Come può l’uomo pretendere di raccogliere i frutti dei suoi desideri dall’albero della vita che a causa dell’inquinamento perpetrato stormisce al vento richieste d’aiuto inascoltate? Come del resto diceva mio padre: «L’albero buono fa frutti buoni. L’albero cattivo fa frutti cattivi». Ma in questo caso, siamo noi i semi degli alberi? L’uomo dovrebbe imparare a comportarsi nei confronti del mondo come fa l’ape mellifera. Ruba una piccola quantità di fiore senza danneggiarlo e vola poggiandosi da uno all’altro senza compromettere la bellezza e il loro profumo. Se osservassimo la natura per immedesimarci in essa, forse riusciremmo a essere come le api. Se solo si fermasse per guardare le bellezze terrestri con la consapevolezza di riconoscere se stesso nel vederle… Se mi fermassi anche io come uomo con loro, noi tutti potremmo essere come degli scogli fermi tra il mare e il cielo, adulatori della vita e del suo movimento animato. Ma se continueremo a incentivare la crescita dello smog che mondo lasceremo alle nostre generazioni? Le SOS diventano urli allarmanti ma sottili, ovattati spariscono sul nascere. Echi pieni di significato al vento che raggiungono ben presto la dimensione del dimenticatoio più assoluta. Forse non esiste una dimensione per accogliere questi lamenti impetuosi, per dargli sfogo, e farli consumare. Essi si abbatteranno in una catastrofe che una volta abbattutasi, non lascerà spazio a nessuna domanda del perché del suo verificarsi. Ma se solo ci fermassimo un attimo a pensare, capiremmo che possiamo ancora fare in modo che la natura torni a respirare come un tempo. L’antropizzazione ambientale in Italia ha prodotto e produce sempre più rischi idrogeologici. Il disboscamento senza ordine, la distruzione degli alvei dei fiumi, la pressione edilizia abusiva portano conseguenze disastrose. Una pioggia più abbondante del solito, ed è di nuovo l’ennesimo caso di solidarietà alle popolazioni alluvionate. In un’era in cui non ci sono soldi si devono trovare per riparare quello che poteva essere evitato. Da quando ero bambino non è cambiato nulla. Sento sempre le stesse parole accoppiarsi tra di loro, susseguirsi per arrotolarsi in una girella difettosa, una girella che si arrotola, ma non si sbroglia. Risolvere il problema è come riuscire a trovare in un angolo infinito il bandolo della matassa. Nessuna soluzione auspicabile in una immensità di problemi di allarmi sempre più numerosi. Nella voce del vento gli alberi denunciano: immissioni di inquinanti, effetto serra, impoverimento del manto di ozono, piogge acide, cambiamenti climatici, riscaldamento globale, rischio nucleare, inquinamento delle acque marine, inquinamento delle acque continentali, inquinamento delle acque di falda, tecniche di pesca non rispettose dell’ambiente, esaurimento delle risorse non rinnovabili, erosione dei suoli, desertificazione, deforestazione, introduzione non controllata di biotecnologie, erosione genetica. Problemi di un dardo alla vita. Restiamo impassibili, sempre più incapaci di fronte alla visione di un mondo che si sgretola. L’epoca della biodiversità diventa una vera e propria corsa agli ostacoli, una corsa contro tutto, il tempo soprattutto. Gli ecosistemi crollano, ma, c’è chi riesce a essere ottimista, ci sono studiosi, scienziati, che definiscono questo cambiamento come normale, frutto di un percorso naturale indipendente dall’azione umana. L’irresponsabilità che fa sottovalutare gli allarmi crea una guerra brutale contro Madre Natura. Come possiamo rispettare l’etica antropocentrica? Un’etica che divide i diritti tra di noi e la natura in parti uguali? Gli orsi polari annegano a causa dello scioglimento dei ghiacci dell’Artico. Le loro calotte polari scompaiono e noi restiamo a guardare senza chiederci il perché. Siamo veramente seduti su una bomba a orologeria? Innescheremo questa prorompente spirale distruttiva? Noi che con la nostra ragione, abbiamo scongiurato l’olocausto nucleare, saremmo in grado di salvare il pianeta? E se domani ci svegliassimo e improvvisamente assistessimo a un’immane conflagrazione? Di chi sarebbe la colpa? Sicuramente la nostra, nessuno escluso! Abbiamo un modo sbagliato di rapportarci all’ambiente, viviamo in un’epoca dove lo scontro diviene natura contro cultura. Siamo ubriachi del nostro alter ego che ci permette ogni spreco. Potranno i nostri figli fare i bagni al mare? Provare la sensazione dell’acqua che si agita intorno al corpo facendo flettere i muscoli se gli scarichi industriali proliferano e i pesci muoiono? Paesaggi tetri, lande meno rigogliose, piante e animali in via di estinzione. Enciclopedie che finiranno per pullulare di nomi di specie di derivazione latina mai viste. La nostra crudeltà potrebbe risiedere nella nostra esistenza onnivora. Se fossimo vegetariani, saremmo più consapevoli? La fame nel mondo non esisterebbe più. E magari si creerebbe una catena di montaggio capace di produrre costolette animali senza il sacrificio della creatura, realizzate con il gene come ingrediente base in dei laboratori industriali. Così le balene, i mammiferi più pacifici della Terra, sarebbero lasciate in pace dai pescatori giapponesi? Quelle balene che vengono arpionate nei loro oceani dai soliti pescherecci. Il loro male è nuotare per vivere, una corsa contro la morte, per qualche ragione a me sconosciuta. Ma ho bisogno di credere che quelle balene abbiano un’alternativa, abbiano la possibilità, se solo lo volessero, di scomparire in cavità marine sotterranee separate tra di loro da innumerevoli sentieri e segrete arterie di rocce, dove poter trovare una via di fuga. Posti, sconosciuti a noi esseri umani, dove la morte sia contemplata in modo diverso, in un meccanismo che non lascia commozione. Disegno nella mia mente sentieri nascosti, dove gli orsi sono ancora liberi di provare il gusto dell’ebbrezza dell’uva selvatica e di barcollare sui rami degli olmi. Nel mio mondo esistono delle splendide plaghe vivide dove ogni cosa funziona per come io la vorrei. Pensare a una realtà inesistente dove tutto è diverso, mi dà la forza per lottare per cambiare la nostra, quella vera. Credo in me stesso e nei miei simili, ci devo e ci voglio credere. Nel lercio della civiltà si può salvare ancora qualcosa, perché ci sono ancora persone buone come me. Ogni filo d’erba grazie a noi ritornerà l’ispirazione, un gravido significato per cambiare la direzione delle cose. Reagiremo per abbracciare l’ecosistema? Non siamo stanchi di rimanere rinchiusi nelle nostre catacombe moderne in compagnia di bagliori prosaici, luci snervanti per la nostra vista? Non è meglio sdraiarsi su un pendice intiepidito dal sole per osservare il litorale battuto dalla risacca? Smettiamola di essere misantropi. Smettiamola di mantenere una posizione di equanimità. Facciamo sentire il nostro grido che è un No alla Guerra, No all’orgia del petrolio, No alle ingiustizie. Lottiamo contro i ciclopi del potere che oltraggiano l’informazione rendendola una profezia. Quel giornalismo sano che lascia un nugolo di messi per scandire e anticipare le sorti del tempo. Non possiamo rinunciarci. Ma il principale carburante delle nostre conoscenze, quello capace di accelerare il progresso in modo oculato e proporzionato, risiede nel background della nostra esperienza, questo non dobbiamo dimenticarlo. Viviamo un’epoca eminentemente atipica, sconnessa dalla realtà, dal passato e dal futuro. Abbiamo smesso di avere legami con gli uomini del passato, e con le loro idee che ci appaiono scollegate e non frutto di una dipendente filiazione del loro trascorso. La natura che abbiamo creato è virulenta, a causa di aver compiuto una dissacrazione con l’ambiente circostante. Che cosa faremo? Come gli uccelli hanno il dono delle Ali, capaci di renderli padroni del volo, noi abbiamo il dono della ragione che smuove l’intelligenza. Riusciremo a vincere gli ostacoli della realtà? O resteremo sempre sospesi tra il fare e il non fare, tra il progetto e la sua messa in opera, tra il pensiero e la sua attuazione? Procrastinare interventi risolutivi ignorando i problemi è come rimanere aggrappati al filo dell’incertezza nel vuoto più profondo. Dio vive in tutto il suo creato, se venissero a mancare delle sue creazioni, smetteremmo di farlo vivere.
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