Farneticazioni saggio-emotive
- MARCO PEDULLA
- 19 feb 2019
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 21 apr 2019

Sono innamorato del cielo, una sublime emozione che mi porta a desiderare un amore impossibile, un amore che non si può comprendere non può esistere, un amore che non si può vedere non può durare. Un amore che non si può millantare perché il frutto di una endemica virtù è un ostacolo all’erudizione dei sentimenti figli delle identità polivalenti. Le emozioni per questione di decenza, spesso, vengono vissute dentro delle ombre dove istinti blasfemi si consumano, camere segrete piene di luce che diventano caverne oscure buie al pensiero di doversi nascondere. Queste ombre vengono animate dall’ipocrisia della gente, vivono dentro di noi quando siamo svegli e uccidono il puro ideale d’amore. Solo chiudendo gli occhi si trasformano per plasmare orizzonti migliori, creare spazi diversi, alternative dove poter cavalcare nuove lunghezze d’onda e poter vivere emozioni libere. E allora ancora una volta il desiderio diventa quello di spiccare il volo per allontanare vite difficili, vite impraticabili che non ci appartengono. Le Ali per poter, volare come ai tempi di Leonardo Da Vinci, diventano nuovamente la massima aspirazione di alcuni uomini, quelle Ali della libertà che vorremmo avere per planare in cielo portando con noi il sentimento più inafferrabile: l’Amore capace di armonizzare la vita e i suoi elementi. Sulle orme di Eros, iniziamo a volare in modo sfuggente da un essere umano all’altro lanciando le nostre frecce piene di messaggi di libertà, nella speranza che il nostro periplo del mondo possa portare un cambiamento generazionale moderno e al passo con i nostri giorni. Ma all’improvviso i rumori delle strade assordanti mi richiamano dal viaggio nel mio ideale per destare la mia attenzione verso la realtà lesiva. Gli occhi si aprono, e lo sguardo diventa attonito, imperniato sui perni della mia esistenza, l’irriducibile gioco di un meccanismo vita dove i fatti e i presupposti assumono connotati sbiaditi e mi sembra di esplodere. Il comportamento di tutti noi con gli altri si falsa, le scelte divengono calcolate e la paura di essere giudicati esalta quelle poche persone che si accontentano di vivere un viaggio magnetico di emozioni euforiche attanagliate in un vortice chiuso di sentimenti. I pensieri incastonati nel turbine del ginepraio-labirinto delle menti umane balenano parole idonee a formare scritti pamphlet, parole che solo pochi hanno il coraggio di enunciare, libelli anonimi per antonomasia che non fanno supporto alle cause dell’amore di tutti e giacciono nell’eterno inutile. L’apologia lungimirante del mio Angelo dell’Amore forse non sarà un esempio per tutti, ma potrebbe diventarlo per molti, o per alcuni, se tutti la smettessero di ignorare chi dell’ignoto fa il proprio mestiere. Viviamo dentro una scatola chiusa in cui l’inclinazione all’acculturazione coatta scompare, ha meno importanza in una società dove non occorre spesso l’istruzione per emergere. In questo processo iniquo molte entità intellettive caparbiamente impossessatesi di una porzione di potere assumono un ruolo di prestigio, ostentando un programma innovativo di benessere per tutti che la maggior parte delle volte non si concretizza perché deforma la verità-sostanza. L’incentivo a denunciare l’iniquo generatore insulso è la chiave per farsi scudo e andare avanti, la chiave giusta per ricevere il consenso dei misericordiosi nel mondo subdolo dove i pochi dominanti oltrepassano il confine della legalità, diventando ciclopi assoluti di fama disposti per trarne vantaggio a offrire ai dominati piccoli o grandi contentini, a seconda delle loro necessità, alimentando fenomeni di concussione. Questi bravi colossi di stimatissima onorabilità eseguono alla perfezione il loro ruolo per nulla anticonformista, recitando la parte di un copione scaduto e denigratore per i potenziali uomini superdotati. Quindi, irrimediabilmente, assistiamo a scene che si ripetono da molto tempo in Italia e che appaiono come un gioco di monopoli degli stessi giocatori, un gioco che è un danno e limita le libertà di creazione e di agire degli italiani fai-da-te. Un bricolage formativo che, raggiunto solo da poche persone, allontana quei tenaci verso nuove frontiere estere e depreca i più deboli nel canale della corruzione. L’etica dei dominatori senza fini di lucro in Italia appare come l’ennesima utopia di un disegno divino sconnesso e incontrollabile. Di certo è chiaro che una politica sbagliata è l’antitesi al diritto promotore di dottrine di giustizia.
Come uscirne fuori? Abbiamo il Vaticano con noi confinante, ci aiuterà? Non sia mai! Per il momento ne esco solo cambiando discorso e astenendomi dal monologo di domande con poche risposte e con nessuna di loro sensata. Purtroppo è così! In un pragmatico gioco di grandi, i ruoli si scambiano, la realtà si deforma, le linee-guida perdono credibilità e tutto genera in un’iperbole inverosimile figlia di una generazione-mercenaria-clandestina. La mia pseudo disamina, comunque, non vuole sembrare l’etica del perbenista adulatore delle proprie considerazioni, perché sarebbe un pragmatismo del mio scrivere e un danno alla mia capacità di osservatore imparziale. Esplicito concetti da condividere, con l’obiettivo di portare all’autoanalisi e di allontanare gli stati di nonchalance nelle vicissitudini sociali contemporanee che hanno bisogno di partecipazione e comprensione. Il mio parafrasare non deve essere fautore di desideri di vendetta e nello stesso tempo non deve tarlarsi in uno spazio-tempo finito e privo di soluzioni. Le mie sono solo giovani osservazioni che mettono a fuoco l’esigenza dei soggetti che credono nei propri ideali. Offro input, ma non soluzioni, a tutti quelli che ne necessitano. Non posso far diminuire il dissapore generale, come non posso far lievitare una crisi già ai suoi massimi storici, posso solamente fantasticare su un’alternativa di idee guida capaci di modellare nuovi stereotipi multi millenari, per forgiare una società avveniristica di nuovi archetipi per i futuri eredi.
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